NESSUNA ECCEZIONE ALLO STATO DI ECCEZIONE

Arsenico. Utopie e ammutinamenti

 

 

Want to buy some illusions

Slightly used, second-hand?

They had a touch of paradise,

A spell you can’t explain,

For in this crazy paradise

You are in love with pain.

(Friedrich Hollaender, 1948; Marlene Dietrich, A Foreign Affair, 1948)

 

 

A seguito della modifica costituzionale francese allo stato di emergenza, chiesta da Hollande dopo gli attentati del novembre 2015, abbiamo ascoltato e letto accorate preoccupazioni – non solo istituzionali – circa il rischio di sospensione della democrazia.

Com’è noto, tale modifica costituzionale può ordinare la limitazione delle libertà formali personali per un periodo di tempo di tre mesi; precedentemente la costituzione francese prevedeva la medesima norma per una durata complessiva di 12 giorni.

Ben lungi dall’essere una norma golpista frettolosamente introdotta dal presidente socialista, l’attuale decisione di Hollande si colloca perfettamente all’interno della tradizione repubblicana poiché, lo abbiamo appena visto, lo stato di emergenza è costitutivamente regola costituzionale, non una sua eccedenza o eccezione.

Ciò che scandalizza dunque lorsignori non è la qualità della norma quanto la sua “quantità”: si preferirebbe cioè mantenere una “giusta” quantità di violenza, di repressione, di autoritarismo, di forza, di ingiustizia sociale, di ipocrisia. Poi, a seguito della spettacolarità delle azioni terroristiche parigine, la giusta distanza e misura aritmetica della politica del benpensantismo di sinistra sono cadute a pezzi come i vetri del Bataclan.

Oltre all’allungamento dello stato di emergenza nel paese da due a 12 settimane, lo Stato in emergenza ha deciso di predisporre l’ennesimo bombardamento di Raqqa e l’intensificazione della guerra in Siria, tentando di porsi a capo di una sgarrupata armata di paesi europei Nato nell’impresa già avviata. Tutto questo cibo per gli occhi sarà accuratamente divulgato all’opinione pubblica, come ulteriore approfondimento della guerra interna, con l’inutile farsa del Cop21 a introdurre l’entrata in scena dello Stato “tutto d’un pezzo ma senza perdere la delicatezza”.

A interessarsi del “rischio” di assottigliamento dello stato di diritto è anche la star americana Judith Butler, preoccupata che “lo stato di emergenza dissolva la distinzione tra Stato ed esercito”[1].

Esiste davvero una distinzione tra un presupposto stato di diritto e il suo braccio armato, tra il legislatore e il suo celebre dispositivo di monopolio della violenza?

In una conferenza al Collège international de philosophie di Parigi dell’ormai lontano 1996, Giorgio Agamben si chiedeva se “dimoriamo ancora senza rendercene conto sui margini del nazismo”[2]. Basta leggere Agamben per comprendere quanta comoda e compatibile banalità vi sia nelle parole di Butler, e nella attuale interpretazione riformista della governance foucaultiana di Toni Negri, messa fortemente in discussione da intellettuali a lui vicini come, ad esempio, Maurizio Lazzarato[3].

Agamben, com’è noto, ri-definisce il foucaultiano esercizio moderno del potere come potere sulla vita[4]: l’uomo cessa di essere ciò che era per Aristotele, “un animale vivente ed inoltre capace di un’esistenza politica”[5], per divenire “un animale nella cui politica è in questione la sua vita di essere vivente”[6]. L’intento è dimostrare che la disposizione delle tecniche di bio-potere emerge non tanto da un arte del governare, quanto da una teoria del potere sovrano, rielaborando criticamente la definizione schmittiana di sovrano, inteso come “colui che decide della situazione di eccezione”[7]. La sovranità non è dunque la fonte esclusiva della produzione di leggi, ma la capacità di disporre lo spazio di esclusione all’interno stesso dell’ordine giuridico:

 

«Riprendendo un suggerimento di J. L. Nancy, chiamiamo bando (dall’antico termine germanico che designa tanto l’esclusione dalla comunità che il comando e l’insegna del sovrano) questa potenza (nel senso proprio della dunamys aristotelica, che é sempre anche dunamys me energhein, potenza di non passare all’atto) della legge di mantenersi nella propria privazione, di applicarsi disapplicandosi. La relazione di eccezione é una relazione di bando»[8].

 

La determinazione politico-filosofica di sovranità è distintamente affrontata in due inconciliabili versioni, quella butleriana che definisce lo Stato come origine della norma legale e principio di una rigorosa partizione tra violenza e diritto; quella agambeniana che colloca lo Stato a principio di una decisione sulla situazione d’eccezione, nella quale è impossibile distinguere il fatto e il diritto.

Hollande agisce in una relazione di bando, e non da ora, men che meno unico nella fortezza Europa. Viviamo da sempre immersi in una relazione di bando poiché laddove esiste legge vi è chi ne è incluso e chi non lo è, con buona pace delle retoriche contrattualiste democratiche. E’ la legge a costruire spazi giuridici e non lo abbiamo inventato noi, ma chi la legge dispone.

E se il corpo politico è “affetto” da simile pre-disposizione, il suo applicarsi disapplicandosi non è eccezione, ma regola assiomatica.

Siamo banditi, quando la porta chiusa dietro di noi è quella di un Cie-Cpt, di un lager africano, di un campo-nomadi delimitato da torri carcerarie, o quella dei recinti di filo spinato, in Val di Susa come in Serbia o Ungheria. In quale “condizione democratica” ci troviamo se non in quella di banditi da territori dello Stato, quando veniamo catturati da dispositivi amministrativi definiti languidamente “fogli di via”?

A dispositivi di cattura corrisponderanno azioni di evasione, questo è già il presente.

Non perderemo tempo con chi vuol giocare alle guardie – non saremo più o meno ladri per questo, ma per nostra libera scelta – e di certo non ci interessa arruolarci nei passatempi dell’idiota democratico.

Se a Parigi, nel lampo di dolore, si è avuto solo un breve, intenso momento di deflagrazione di realtà dall’incubo quotidiano contemporaneo, esso si è subito assopito nella decerebrante e “social” opposizione tra gli allegri della Ville Lumière e gli oscuri del Daesh, in una recita hollywoodiana (in)degna di Star Wars.

Nell’odierno esercizio di esclusione, mentre lo Stato limita l’organizzazione dei corpi nello spazio-tempo, politicizza i loro recinti e carceri, arruolando il qualunquismo nel parossismo della merce, reificando ciò che è già reificato, spettacolarizzando lo spettacolo.

Continuate dunque ad andare ai bistrot a bere champagne, come usava suggerire Marie Antoniette! Le merci devono girare, le bombe cadere, gli uomini e le donne consumare.

Consumare consumandosi, tra un attentato urbano e quello rituale quotidiano alla propria vita.

Eppure, tra le crepe di queste macerie che chiamiamo società, c’è chi osserva i punti deboli e le vie di fuga, disegna portolani mobili, allestendo in fretta e furia attracchi d’emergenza, illuminando fari abbandonati, abbordando in alto mare.

 

 

[1] www.effimera.org/il-lutto-diventa-legge-di-judith-butler/

[2] G. Agamben, Heidegger e il nazismo, in La potenza del pensiero. Saggi e conferenze, Neri Pozza 2005. Si veda anche http://aranea.noblogs.org/la-tragedia-dell’avanspettacolo/

[3] M. Lazzarato, Il governo dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, 2013. Si veda in particolare pp. 5-20

[4] Cfr. M. Foucault, La volonté de savoir, Paris 1976; secondo l’edizione italiana, La volontà di sapere, a cura di P. Pasquino e G. Procacci, Milano 2013, p. 123 (ed. fr. p. 183).

[5] M. Foucault, cit. p. 127 trad. it. p. 188.

[6] Ibid.

[7] «Souvëran ist, wer über den Ausnahmezustand entscheidet», C. Schmitt, Teologia politica. Quattro capitoli sulla dottrina della sovranità, in Le categorie del politico, trad. it. a cura di P. Schiera, Bologna 1972, p. 33.

[8] G. Agamben, Homo sacer I, Einaudi, 2005, p. 34.

 

L’anarchia e le sue immagini

 

 

L’anarchia e le sue immagini

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Sui giornali, ma anche nel web, è possibile imbattersi in ricorrenti quanto infondati riferimenti ai simboli dell’anarchia, costantemente presentati quali elementi cupi e ambigui di un movimento che si vuole additare e criminalizzare come temibile e insidioso.

Eppure non c’è niente di oscuro e misterioso, nella storia della componente più antica e conseguente della lotta per l’emancipazione sociale, basta volerla conoscere.

Una bella esposizione delle interpretazioni della simbologia anarchica si trova nel racconto che Marie-Christine Mikhailo fa di un incontro con Pier Carlo Masini, storico dell’anarchismo, al quale era stato chiesto di parlare dei disegni che ornavano le testate dei giornali italiani:

Si comincia con un mare in burrasca, diceva Masini, è la classe operaia che si risveglia, e con un mezzo sole all’orizzonte, i cui raggi portano la speranza di un mondo migliore. Il disegno ha un certo successo e sarà per questo ripreso da altri periodici, ognuno dei quali aggiunge un particolare con l’idea di migliorarlo. Così, un anno si vede il sole che lancia i suoi dardi su un mare più calmo, poi compare una nave le cui vele si gonfiano al vento della Storia.

 […] Nel corso degli anni certi giornali apportano novità all’illustrazione originale. Sulla riva appare una donna nuda che solleva una torcia, le cui fiamme disegnano la parola Libertà. Di fronte c’è sua sorella, anch’essa senza vestiti, che schiaccia sotto un piede la legge. Orrore! Un serpente le si avventa contro e sta per morderla a una gamba. Per fortuna un uomo a torso nudo e tutto muscoli (un operaio, si vede!) colpisce con la spada la bestia infame che abbiamo riconosciuto: è la Chiesa.

 […] In quel momento [commenta Marie-Christine] la fantasia ha forse preso il sopravvento sulle conoscenze dello storico? Che importa? Gli occhi dei più giovani, fissi su di lui, lo stimolavano certamente, ed egli è stato capace di conquistarli. Si indovinava, dietro al tono ironico, un’autentica ammirazione per coloro che, con poveri mezzi, avevano cercato di avvicinare i lettori all’Idea.

 

La diffusione d’immagini su larga scala è un fenomeno relativamente recente, visti i mezzi a disposizione. Fino a quel momento, le uniche immagini erano quelle dei libri e dei giornali. Solo intorno agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso riprodurre i documenti diventa più semplice e accessibile, grazie alle fotocopie e alla stampa offset. Le scritte e i disegni sui muri sono mezzi d’espressione che quasi non esistevano prima delle manifestazioni del Maggio 1968.

Certe immagini e certi simboli tendono allora a diventare una sorta di icone senza storia (per esempio l’immagine di Che Guevara su generi di consumo di ogni tipo). Il contesto della loro comparsa e della loro evoluzione può servire a restituire un senso talora difficile da cogliere e comprendere.

 

La bandiera nera

Diciamo prima di tutto che la “bandiera nera” non è propriamente una bandiera e non è necessariamente nera. Tuttavia, con questo nome è diventata un segno e un simbolo dell’anarchia.
Nel 1831, in un quadro di lotte sociali che precede il sorgere del movimento anarchico in quanto tale, i canuts (operai e operaie delle manifatture della seta) di Lione si ribellano alle condizioni di lavoro loro imposte. In novembre scoppia un’insurrezione di tre giorni, che porterà a una vittoria con le armi. I canuts si battono sotto un vessillo nero sul quale è ricamata la parola d’ordine: Vivre en travaillant ou mourir en combattant [Vivere lavorando o morire combattendo]. Nello stesso periodo, parallelamente, nel movimento operaio s’afferma anche la bandiera rossa, usata come segnale di adunata nelle dimostrazioni proletarie e socialiste e, in particolare, durante la Comune di Parigi (1871).

E’ stata avanzata l’ipotesi che il rosso sia stato abbandonato in seguito alla scissione successiva al Congresso dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori del settembre 1871 all’Aja, che vide la nascita della Fédération Jurassienne. Il 18 marzo 1882, nel corso di un’assemblea a Parigi, la comunarda anarchica Louise Michel avrebbe rivendicato l’adozione della bandiera nera, per dissociarsi senza ambiguità dai socialisti autoritari e parlamentaristi.

Il 9 marzo 1883, nel corso di una manifestazione a Parigi che riuniva circa quindicimila disoccupati, Louise Michel agitò una bandiera nera (forse, soltanto una sottana o di un grembiale nero da lavoro legato ad un manico di scopa). come segnale di raccolta e riscossa. Circa cinquecento persone saccheggiarono tre forni, reclamando pane e lavoro, prima di essere dispersi dalla polizia. Louise Michel, identificata dalle forze dell’ordine e accusata di avere istigato i disordini, sarà successivamente imprigionata e deportata in Nuova Caledonia.

Nell’agosto 1883, la pubblicazione a Lione del periodico francese «Drapeau Noir» permise in certa misura di divulgare la scelta di questo segno.

La bandiera nera arriva in America nel 1884, secondo lo storico Paul Avrich. Sarebbe stata esposta, il 27 novembre di quell’anno, sulla Market Square di Chicago, in occasione di una manifestazione operaia promossa dagli anarchici dell’Internazionale. Secondo un giornale militante locale, «The Alarm», a fianco del tradizionale vessillo rosso, sul palco degli oratori, sventolava una grande bandiera nera. I due stendardi, dopo i comizi, presero insieme la testa del corteo che attraversò la città.

Tra il 1911 e il ’14, durante la rivoluzione messicana nera è la bandiera degli insorti contadini guidati da Emiliano Zapata recante la scritta Tierra y libertad, mentre in Nicaragua il comandante rivoluzionario Sandino adotterà una il rosso e il nero per la bandiera della lotta di liberazione, poi ereditata dal Fronte Sandinista.

Anche l’armata contadina di Nestor Makhno, in Ucraina, nel corso della rivoluzione russa del 1917-21, utilizzarono il vessillo nero come propria bandiera, con il teschio e le tibie incrociate, riportante la scritta «Morte a tutti quelli che sono d’ostacolo! Conquista della libertà per i lavoratori!». L’armata maknovista difenderà la rivoluzione sociale sul proprio territorio, opponendosi con le armi sia alle truppe controrivoluzionarie “bianche” che a quelle “rosse” del potere centrale bolscevico.

Il 13 febbraio 1921 si svolsero a Mosca gli immensi funerali di Kropotkin. Molte persone che seguivano il feretro portavano bandiere nere e altre con lo slogan: «Dove c’è autorità non c’è libertà»: fu in pratica l’ultima apparizione delle bandiere nere nella Russia sotto la dittatura sovietica.

Nel corso della rivoluzione spagnola del 1936-39, predominano le bandiere nere degli anarchici della FAI e quelle rosso-nere degli anarcosindacalisti della CNT: con gli stessi colori – ormai simbolo dell’autogestione generalizzata – vengono dipinti fabbriche collettivizzate, autoblindo autocostruiti, mezzi pubblici socializzati e automobili autoprodotte.

In Italia, dopo il ventennio di dittatura fascista e resistenza clandestina, le bandiere e le coccarde rosso-nere ricompaiono nei giorni della Liberazione tra le fila partigiane.

Il poeta surrealista André Breton ricorderà con emozione la comparsa della bandiera nera, in mezzo a a molte altre rosse, nelle manifestazioni operaie e antifasciste negli anni Trenta in Francia, dove riappare impetuosamente nel 1968, durante la rivolta del Maggio, sventolando sulle università e le fabbriche occupate, nuovamente a fianco di quelle rosse.

 

Perché il nero?

L’adozione del colore nero – tornato recentemente alla ribalta con le azioni del Black block – vede diverse ipotesi interpretative e semiologiche, ma appare sempre legata alla lotta di classe e alle condizioni estreme del periodo in cui è comparso. È un colore, o meglio un non-colore forte, il simbolo dell’anarchismo, e ne rappresenta le lotte principali, contro la religione, contro l’economia e, soprattutto, contro lo Stato. Mentre il rosso fa classicamente riferimento al sangue, al pericolo e alla collera; il nero evoca la miseria, il  lutto, ma anche il risentimento.

Questa l’interpretazione offerta dall’anarchica Emma Goldman:

 

La bandiera nera è il simbolo dell’Anarchia. Essa provoca reazioni che vanno dall’orrore alla delizia tra quelli che la riconoscono. Cercate di capire cosa significa e preparatevi a vederla sempre più spesso in pubblico… Gli Anarchici sono contro tutti i governi perchè credono che la libera ed informata volontà dell’individuo sia la vera forza dei gruppi e della stessa società.

Gli Anarchici credono nell’iniziativa e nella responsabilità individuali e nella completa cooperazione dei gruppi composti di liberi individui. I governi sono l’opposto di questi ideali, dato che si fondano sulla forza bruta e la frode deliberata per imporre il controllo dei pochi sui molti. Che questo processo crudele e fraudolento sia giustificato da concetti come il diritto divino, elezioni democratiche, o un governo rivoluzionario del popolo conta poco per gli Anarchici. Noi rigettiamo l’intero concetto stesso di governo e ci affidiamo in modo radicale alla capacità di risoluzione dei problemi propria di ogni uomo libero.

Perchè la bandiera nera? Il nero è il colore della negazione. La bandiera nera è la negazione di tutte le bandiere. È la negazione dell’idea di nazione che mette la razza umana contro se stessa e nega l’unità di tutta l’umanità. Il colore nero è il colore del sentimento di rabbia e indignazione nei confronti di tutti i crimini compiuti nel nome dell’appartenenza allo stato. È la rabbia e l’indignazione contro l’insulto all’intelligenza umana insito nelle pretese, ipocrisie e bassi sotterfugi dei governi…

Il nero è anche il colore del lutto; la bandiera nera che cancella le nazioni è anche simbolo di lutto per le loro vittime, i milioni assassinati nelle guerre, esterne ed interne, a maggior gloria e stabilità di qualche maledetto stato. È a lutto per quei milioni il cui lavoro è derubato (tassato) per pagare le stragi e l’oppressione di altri esseri umani. È a lutto non solo per la morte del corpo, ma anche per l’annullamento dello spirito sotto sistemi autoritari e gerarchici. È a lutto per i milioni di cellule grigie spente senza dar loro la possibilità di illuminare il mondo. È il colore di una tristezza inconsolabile… Ma il nero è anche meraviglioso. È il colore della determinazione, della risoluzione, della forza, un colore che definisce e chiarifica tutti gli altri. Il colore nero è il mistero che circonda la germinazione, la fertilità, il suolo fertile che nutre nuova vita che continuamente si evolve, rinnova, rinfresca, e si riproduce nel buio. Il seme nascosto nella terra, lo strano viaggio dello sperma, la crescita segreta dell’embrione nel grembo materno – il colore nero circonda e protegge tutte queste cose…

Così il colore nero è negazione, rabbia, indignazione, lutto, bellezza, speranza, è il nutrimento e il riparo per nuove forme di vita e di relazioni sulla e con la terra. La bandiera nera significa tutte queste cose. Noi siamo orgogliosi di portarla, addolorati di doverlo fare, e speriamo nel giorno nel quale questo simbolo non sarà più necessario.

 

Come i pirati

Risalendo ad epoche più remote, alla ricerca di analogie, troviamo i pirati con la loro bandiera nera, il Jolly Roger, ma talvolta pure rossa, ornata da un teschio e due tibie (o due sciabole) incrociate, usata per atterrire e indurre alla resa gli equipaggi.

Successivamente, altri gruppi e altri contesti si sono appropriati della bandiera nera – sovente col teschio – in momenti diversi della storia, soprattutto in tempo di guerra, perseguendo altre ideologie del tutto estranee all’anarchismo, quali ambiti militari, formazioni nazionaliste e di estrema destra.

Sul fronte opposto, la bandiera piratesca è stata ripresa da movimenti d’opposizione, anti-legalitari, come quello contemporaneo delle occupazioni di case, spazi sociali e Taz (zone temporaneamente autonome); nonché dagli hacker che, non casualmente, sono definiti pirati informatici.

Così, l’abbinamento bandiere nere-vessilli pirata è da tempo frequente, comunque associato alla critica radicale, nelle più diverse situazioni.

Va peraltro osservato che la bandiera rossa e nera, originariamente legata solo all’anarco-sindacalismo, non sembra oggi avere più un modello unico di riferimento.

Dipende dalle esperienze collettive e dalle scelte individuali, se il rosso è collocato trasversalmente sopra il nero o viceversa, sia dalla parte dell’asta o in quella opposta. Alcune realtà hanno formalizzato l’uso del vessillo bicolore in una delle sue combinazioni, ma appare sempre più un dettaglio non essenziale, mentre sono fiorite le varianti verde-nero (anarcoecologista), fuxia-nero (antisessista), viola-nero (anarcofemminista).

La bandiera anarchica resta soprattutto un pezzo di stoffa che serve a radunare e riconoscere compagni e compagne in piazza. Aldilà di ogni legame affettivo e identitario, rimane uno strumento pratico, caratterizzante, visibile da lontano, che si dispiega e si ripone quando non serve più; d’altronde Max Stirner avvertiva: Io troverò sempre dei compagni che si uniranno a me senza prestare giuramento alla mia bandiera.

 

La A cerchiata

Se in passato il simbolo anarchico più diffuso era stato la fiaccola, richiamante la luce del sapere contro l’oscurantismo, l’A cerchiata è ormai da mezzo secolo quello più conosciuto, nelle sue innumerevoli varianti, associato alle diverse pratiche libertarie.

Riguardo alla sua origine circolano vari miti, ma dovrebbe risalire all’aprile 1964 quando il «Bulletin des Jeunes Libertaires» di Parigi pubblica un articolo che propone un simbolo comune per il movimento:

 

Ci hanno guidato due motivazioni principali: prima di tutto facilitare e rendere più efficace le attività pratiche di scritte sui muri e di attacchinaggio, poi assicurare una presenza più vasta del movimento anarchico agli occhi della gente, grazie a un tratto comune a tutte le espressioni dell’anarchia nelle manifestazioni pubbliche. Più precisamente, si tratta per noi di trovare, da una parte, un mezzo per ridurre al minimo i tempi per le scritte murali, evitando di mettere una firma troppo lunga alle parole d’ordine, dall’altra di scegliere una sigla abbastanza generica, che possa essere adottata e utilizzata da tutti gli anarchici. La sigla scelta ci è sembrata rispondere al meglio a questi criteri. Associandola costantemente alla parola anarchica, finirà, grazie a un meccanismo mentale ben noto, a richiamare da sola l’idea dell’anarchia nello spirito della gente.

 

La sigla proposta è una A maiuscola inscritta in un cerchio. Tomás Ibañez ne è l’ideatore e René Darras il realizzatore. L’idea sembra nascere da una parte dal metodo di stampa a ciclostile dell’epoca, che comportava una realizzazione semplice, e dall’altra parte richiama il noto simbolo pacifista adottato dalla Campaign for Nuclear Disarmement.

Nel dicembre di quell’anno la A cerchiata appare nel titolo di un articolo firmato Tomás (Ibañez), sul giornale «Action Libertaire», poi scompare per un po’ dalla circolazione.
In effetti il simbolo ebbe inizialmente poco successo, facendo solo qualche comparsa sui graffiti del metrò parigino. Alla metà degli anni Sessanta la rete dei Jeunes Libertaires s’indebolisce e questa è forse una delle possibili spiegazioni. Il loro bollettino interromperà le pubblicazioni e la sigla sarà momentaneamente dimenticata sino al risveglio del movimento nel 1968.

La A cerchiata compare in Italia nel 1966, prima a titolo sperimentale, poi in modo più regolare, grazie alla Gioventù Libertaria di Milano, che aveva buoni rapporti con i giovani parigini. A Milano la sigla serve allora da firma dei giovani anarchici italiani. Viene usata sui volantini e i manifesti, talvolta insieme al simbolo pacifista-antinucleare e alla “mela” dei Provos olandesi. Si vedono ancora poche A cerchiate sino al 1968, ma nel 1972-73 la sigla si diffonde largamente grazie ai giovani libertari di tutto il mondo.

Anche l’Alliance Ouvrière Anarchiste ha rivendicato l’introduzione del simbolo, sostenendo di averlo utilizzato nella corrispondenza dalla fine degli anni Cinquanta; tuttavia, i primi esemplari si possono riscontrare sui bollettini dell’AOA solo dopo il giugno 1968.

In Italia la sua diffusione, favorita anche dalla testata di «A-Rivista anarchica» è stata rapida, sovrapponendosi sempre più frequentemente alla bandiere nere e rosso-nere e conoscendo numerose interpretazioni, soprattutto sull’onda della grafica punx e squatter.

Interessante notare come, in molti casi, l’A iniziale di autogestione comincia ad essere cerchiata, in una sorta di assimilazione semantica.

Di fatto, questo semplice simbolo grafico ha saputo approfittare del nuovo mezzo d’espressione rappresentato dalle scritte murali tracciate con lo spray, e la sua semplicità ne ha permesso un’esplosione globale: un successo imprevisto, plagiato e sfruttato anche come logo commerciale tanto che, se qualcuno avesse brevettato la A cerchiata, oggi potrebbe esigere diritti miliardari; ma, come è noto, non si può parlare di libertà (quella con l’accento sulla A!) senza rifiutare la proprietà privata.

 

2014/01/03 | Posted in: General | Commenti Chiusi

GIAMPIETRO BERTI, HOMME D’ETAT

Nico_Berti_couv_FRNotevole l’articolo del Luminoso Professore Giampietro Berti su quel quotidiano farlocco che già nel nome esprime la sua intrinseca inessenzialità: Il Giornale [l’articolo trash lo trovate qui].

Il millantatore di filosofia nonché autore dell’imprescindibile intervento scrive che comunismo, fascismo e nazismo sono nemici giurati della modernità e della società aperta. In Italia Croce e Gentile hanno seppellito il pensiero scientifico – continua – e con quali conseguenze!

Per fortuna, seppellendolo, sono scivolati nella fossa…

La punta più alta di cretinismo teorico, tuttavia, fa il suo ingresso quando l’autore rimpiange “il lascito illuministico e positivistico di Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca”, tra gli altri.

Ora, ditemi voi se si può rimpiangere Gaetano Mosca senza rischiare di essere picchiati fino a sputare anche l’ultimo rivolo di sangue sul selciato. Ci mancava proprio, oggi, un ideologo della teoria delle élites!

Lasciamo perdere Mosca, ma Pareto, invece, è il vero capolavoro! Il sostenitore del fascismo italiano (non potè sedere nel parlamento dei manganelli solo per questioni di salute, nonostante la stima personale del duce) nonché illustre esponente del marginalismo economico assieme a Pantaleoni, altro estimatore di Mussolini, è anche uno dei teorizzatori dell’esproprio dei mezzi di produzione a favore di uno Stato collettivista nel quale i proprietari potessero svolgere il ruolo di “funzionari”. Immaginò la curva di indifferenza per permettere alla nostra attuale “scienza” economica di bivaccare, come i manipoli dell’epoca, senza sensi di colpa sui corpi ridotti a merce della nostra bella società aperta, imponendo il postulato dell’inconfrontabilità interpersonale delle utilità.

La falsa coscienza schizofrenica da amatore appassionato del capitalismo non lascerà Berti impunito questa volta!

Ti abbiamo scoperto, lubrico mercante dell’autoritarismo libertario!

La classe operaia non avrà pietà per questo fedele uomo di Stato!

Alcuni affiliati – Società segreta “L’Arrotino”

ESSERI SINISTRI

Voglio ricordare che la legalità è un valore di sinistra e che condannare e combattere la violenza e i violenti è di estrema sinistra.(Stefano Esposito, senatore PD. La Stampa, 16 maggio 2013)

Al partito sono preoccupati? Non devono esserlo: nessuno vuole spaccare vetri.

(Andrea Giorgio, segretario regionale toscano Giovani Democratici. Il Tirreno, 11 maggio 2013)

 

evaso

 

Per qualche secolo, l’essere di sinistra coincidendo con il pensiero socialista ha significato un agire politico e sindacale per l’emancipazione della classe lavoratrice, rivendicando nell’immediato uguaglianza economica e giustizia sociale e prefigurando l’abolizione dello sfruttamento capitalista e il superamento dello stato borghese.

L’anarchismo, ponendosi fuori dalla tattica parlamentare, si è storicamente posto all’estrema sinistra del movimento socialista, optando per la rivoluzione sociale e la contemporanea distruzione di ogni potere politico e quindi la negazione di qualsiasi governo o stato, comprese le varianti liberali, democratiche e socialiste, ritenendo necessaria e fattibile l’autogestione generalizzata della società. 

Questo progetto radicalmente alternativo ha di conseguenza segnato la differenza di pratica e etica tra l’anarchismo e le ipotesi riformiste dei partiti socialdemocratici, ma anche verso le opzioni autoritarie dei partiti comunisti volte a instaurare il socialismo di stato.

Tali differenze, anche conflittuali, tra socialismo libertario, legalitario e autoritario restano immutate nella sostanza, alla luce sia della caduta dei regimi “comunisti” che di fronte alla crisi epocale del capitalismo e del suo ordinamento politico, assieme a tutte le illusioni progressiste di modifica umanitaria o di pacifica democratizzazione, tanto che gli eredi di quella che fu la “sinistra riformista” appaiono ormai precipitati dentro una voragine di senso e identità.

Smarriti o rinnegati i riferimenti e i principi alla base del pensiero socialista (e persino quelli ereditati dalla rivoluzione francese: Liberté, Égalité, Fraternité) ritenuti alla stregua di anticaglie, elettori ed iscritti stanno quindi ora scoprendo il nulla che regna dietro i propri dirigenti e, soprattutto, il vuoto di opposizione e alternativa al naufragio di un sistema politico e economico.

Prima l’autodistruzione craxiana del partito socialista, dissoltosi proprio quando stava per festeggiare il centenario della sua fondazione, quindi la progressiva dissoluzione del partito comunista e la sua mutazione in un partito dichiaratamente “non di sinistra”.

Per decenni, tale vuoto è stato dissimulato dall’antiberlusconismo, ma adesso che il “nuovo” governo di larghe intese non lascia margini di speranza ai lavoratori e ai senza reddito, il cadavere della sinistra politica è davanti a tutti: dopo decenni di compromessi, responsabilità, concertazione, sacrifici, moderazione è arretrata – cedimento dopo cedimento – sino a non avere più spazi di manovra e rovinare in una desolante resa totale.

Eppure, neanche in un frangente in cui sarebbe vitale trovare coraggio e energia per ridare forza all’iniziativa e alla voglia di effettivo cambiamento che pure esiste nella società, la principale preoccupazione governativa di una ex-sinistra datasi volontariamente in ostaggio alla destra è che non esplodano in forma conflittuale le contraddizioni sociali, né che venga messo in discussione il dominio del capitale, anche quando è ormai evidente che la logica del profitto sta condannando l’umanità alla miseria, alla distruzione dell’ambiente e allo stato di guerra permanente.

Piuttosto che dare spazio alle lotte, ai movimenti di base e all’autorganizzazione dal basso, si accetta con rassegnazione lo stillicidio di suicidi per mancanza di lavoro, reddito, futuro mentre, alla faccia della retorica della crisi che colpisce tutti, continua a crescere il divario tra chi ha e chi non ha.

La stessa preoccupazione per l’ordine pubblico percorre non casualmente la destra, come attestano le parole del ministro postfascista dell’interno Alfano, ma anche SEL che, per bocca del suo leader Vendola ha più volte condannato ogni “estremismo”, così come quel Movimento 5 Stelle che vuole accreditarsi come unica opposizione e alternativa “gandhiana” alla rivolta. Emblematica la recente dichiarazione di Grillo: «In Europa sono rimasti agli scontri di piazza mentre noi abbiamo fatto entrare la polizia nel movimento» (Corriere della Sera, 19 maggio 2013).

Sarebbero questi quelli che dovevano “destabilizzare il sistema”?

 

CFG  

Intervista con un attivista comunista anarchico in Piazza Libertà al Cairo

Puoi dirci come ti chiami ed a quale movimento fai riferimento?

Mi chiamo Nidal Tahrir, faccio parte di Bandiera Nera, un piccolo gruppo comunista anarchico egiziano.

Tutto il mondo guarda all’Egitto con occhi ed azioni solidali. Tuttavia, a causa dei tagli ai collegamenti internet, le informazioni sono difficili. Ci puoi dire cosa è successo in Egitto nella scorsa settimana? Com’è stato, dal tuo punto di vista?

La situazione in Egitto è ad un punto cruciale. Tutto è iniziato col giorno della rabbia contro il regime di Mubarak il 25 gennaio. Nessuno si aspettava che un appello lanciato da un gruppo informale, via Facebook, denominato “Siamo tutti Khalid Said” (Khalid Said era un giovane egiziano ucciso dalla polizia di Mubarak ad Alessandria la scorsa estate), facesse iniziare tutto questo. Quel martedì ci sono state grosse manifestazioni nelle strade di ogni città egiziana, poi mercoledì è iniziato il massacro. E’ iniziato con la repressione del sit-in a Piazza Tahrir nella notte di martedì scorso ed è continuato nei giorni seguenti, specialmente a Suez. Suez occupa un posto speciale nel cuore degli egiziani, perché fu il centro della resistenza contro i Sionisti nel 1956 e nel 1967. Lì si è combattuto contro le truppe di Sharon nella guerra israelo-egiziana. La polizia di Mubarak ha perpetrato il massacro con un bilancio di almeno 4 morti, 100 feriti, usando lacrimogeni, proiettili di gomma, lanciafiamme, strani liquidi chimici gialli spruzzati sulle persone. Venerdì è stato il “Jumu’ah della Rabbia” – Jumu’ah vuol dire venerdì in arabo, weekend di festa in Egitto e pure in molti paesi islamici. E’ un giorno sacro nell’Islam per le grandi preghiere di questo giorno, chiamate preghiere del Jumu’ah. Era stato previsto che dopo le preghiere di mezzogiorno partissero le manifestazioni, ma la polizia ha tentato di impedire i cortei con tutti i mezzi e con la violenza. Ci sono stati molti scontri al Cairo, (nel quartiere di Mattareyah, Cairo-est), in tutto l’Egitto, ma specialmente a Suez, Alessandria, Mahalla (sul delta, uno dei centri della classe operaia). Da mezzogiorno al tramonto, la gente ha marciato nella città, per confluire in Piazza Tahrir, chiedendo le dimissioni del regime di Mubarak, scandendo un solo slogan: “Il popolo chiede le vostre dimissioni”. Al tramonto, alle 17.00, Mubarak ha imposto il coprifuoco ed ha portato l’esercito in città. Al coprifuoco è seguito un pianificato ritiro della polizia che ha lasciato il posto a criminali e malavitosi noti come Baltagayyah (significato simile a quello de “i bravi” manzoniani, ndt). La polizia aveva pianificato una evasione di criminali dalle prigioni di tutto l’Egitto per terrorizzare la gente. La polizia e l’esercito erano spariti dalle strade, le persone erano impaurite. Nei notiziari radio-TV e dei giornali sono girate notizie di vandalismi in diverse città egiziane, di ladri che sparavano sulle persone. Il popolo ha organizzato “comitati popolari” per rendere sicure le strade. Questa situazione faceva molto comodo al regime, dato che si diffondeva tra le persone il timore per l’instabilità del paese, ma è stato anche il punto di inizio per la costruzione di consigli operai.

Mercoledì 2 febbraio ci sono stati scontri tra oppositori e sostenitori di Mubarak. E’ andata proprio così? Chi sono i “sostenitori di Mubarak?” Che ricaduta hanno questi scontri sull’atteggiamento della classe lavoratrice egiziana?

E’ del tutto sbagliato parlare di scontri tra pro e anti-Mubarak. La manifestazione a favore di Mubarak era composta in gran parte da Baltagayyah e dalla polizia segreta, per attaccare i manifestanti in Piazza Tahrir. Ed è iniziata solo dopo il discorso di Mubarak di ieri, che seguiva poi al discorso di Obama. Personalmente penso che Mubarak si senta come un bue ferito che sta cercando di gettare sangue sui suoi aggressori. Vuole mettere a fuoco l’Egitto prima della sua caduta, facendo credere al popolo che lui è sinonimo di stabilità e sicurezza. Da questo punto di vista ha fatto anche dei progressi, formando una santa alleanza nazionale contro i manifestanti in Piazza Tahrir e contro la “Comune di Tahrir”. Molte persone, specialmente i ceti medi, dicono che i manifestanti devono smetterla perché l’Egitto è in fiamme e la carestia è alle porte, ma non c’è niente di vero, si tratta solo di un’esagerazione. Ogni rivoluzione incontra delle difficoltà e Mubarak sta usando la paura ed il terrore per durare più a lungo. E comunque credo che anche se – e sottolineo SE- i manifestanti fossero i responsabili di questa situazione, Mubarak deve andarsene, lui DEVE farlo per la sua inettitudine a gestire la situazione in corso.

Cosa accadrà nelle prossime settimane? Quanto peserà la posizione presa dagli USA?

Nessuno può sapere cosa accadrà domani o la prossima settimana. Mubarak è un idiota ostinato ed i media egiziani hanno lanciato la più grande campagna mediatica della loro storia per arginare la manifestazione prevista per il 4 febbraio. Si parla di un milione di persone in Piazza Tahrir, nel “Jumu’ah della salvezza”. La posizione presa dagli USA peserà eccome. Mubarak è un traditore, capace di uccidere il suo popolo, ma non potrebbe mai dire di no ai suoi padroni.

Quale è stata la partecipazione degli anarchici su posizioni di classe? Chi sono i vostri alleati?

L’anarchismo in Egitto non ha molta influenza. Ci sono gli anarchici ma non sono ancora una corrente influente. Gli anarchici egiziani hanno preso parte tanto alle proteste quanto ai comitati popolari per difendere le strade dai malavitosi. Gli anarchici egiziani ripongono molte speranze in questi consigli popolari. I nostri alleati sono i marxisti, naturalmente. Non è tempo di dispute ideologiche – tutta la sinistra fa appello all’unità e si evitano le polemiche. In Egitto gli anarchici fanno parte della sinistra del paese.

Quali forme di solidarietà si possono costruire tra rivoluzionari egiziani e rivoluzionari in “occidente”? Cosa si può fare nell’immediato e cosa si dovrebbe fare sul lungo termine?

L’ostacolo maggiore per i rivoluzionari egiziani è il taglio delle comunicazioni. I rivoluzionari occidentali devono fare pressioni sui loro governi per impedire che il governo egiziano tagli le comunicazioni. Nessuno può dire cosa accadrà a lungo termine. Se la rivoluzione vince, i rivoluzionari dell’Occidente devono costruire solidarietà con i compagni egiziani contro un’attesa aggressione da parte dei USA ed Israele. Se la rivoluzione perde, ci sarà un massacro per tutti i rivoluzionari egiziani.

Quali saranno le prime cose da fare, una volta che Mubarak si sarà dimesso? Se ne parla nel movimento per le strade? Cosa propongono i rivoluzionari anticapitalisti?

La cosa più importante ora, parlando delle rivendicazioni della piazza, è una nuova costituzione ed un governo provvisorio, e poi nuove elezioni. Su questo puntano molte componenti del movimento, specialmente i Fratelli Musulmani. I rivoluzionari anticapitalisti non sono poi tanti al Cairo – i comunisti, la sinistra democratica ed i trotzkysti chiedono le stesse cose su costituzione e nuove elezioni, ma per noi anarchici – anticapitalisti ma anche anti-statalisti – si tratterà di assicurare che i comitati popolari costituiti per proteggere e rendere sicure le strade, possano rafforzarsi e trasformarsi in veri consigli.

Vuoi dire qualcosa ai rivoluzionari all’estero?

Cari compagni in tutto il mondo, abbiamo bisogno di solidarietà, di una grande campagna di solidarietà e la rivoluzione egiziana vincerà!!

Audio Intervista (in inglese): http://electricrnb.podomatic.com/entry/2011-02-03T00_56_54-08_00?x

Intervista a cura del Segretario Internazionale della NEFAC, pubblicata da Anarkismo.net

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali