| Voglio ricordare che la legalità è un valore di sinistra e che condannare e combattere la violenza e i violenti è di estrema sinistra.
(Stefano Esposito, senatore PD. La Stampa, 16 maggio 2013)
Al partito sono preoccupati? Non devono esserlo: nessuno vuole spaccare vetri. (Andrea Giorgio, segretario regionale toscano Giovani Democratici. Il Tirreno, 11 maggio 2013)
Per qualche secolo, l’essere di sinistra coincidendo con il pensiero socialista ha significato un agire politico e sindacale per l’emancipazione della classe lavoratrice, rivendicando nell’immediato uguaglianza economica e giustizia sociale e prefigurando l’abolizione dello sfruttamento capitalista e il superamento dello stato borghese. L’anarchismo, ponendosi fuori dalla tattica parlamentare, si è storicamente posto all’estrema sinistra del movimento socialista, optando per la rivoluzione sociale e la contemporanea distruzione di ogni potere politico e quindi la negazione di qualsiasi governo o stato, comprese le varianti liberali, democratiche e socialiste, ritenendo necessaria e fattibile l’autogestione generalizzata della società. Questo progetto radicalmente alternativo ha di conseguenza segnato la differenza di pratica e etica tra l’anarchismo e le ipotesi riformiste dei partiti socialdemocratici, ma anche verso le opzioni autoritarie dei partiti comunisti volte a instaurare il socialismo di stato. Tali differenze, anche conflittuali, tra socialismo libertario, legalitario e autoritario restano immutate nella sostanza, alla luce sia della caduta dei regimi “comunisti” che di fronte alla crisi epocale del capitalismo e del suo ordinamento politico, assieme a tutte le illusioni progressiste di modifica umanitaria o di pacifica democratizzazione, tanto che gli eredi di quella che fu la “sinistra riformista” appaiono ormai precipitati dentro una voragine di senso e identità. Smarriti o rinnegati i riferimenti e i principi alla base del pensiero socialista (e persino quelli ereditati dalla rivoluzione francese: Liberté, Égalité, Fraternité) ritenuti alla stregua di anticaglie, elettori ed iscritti stanno quindi ora scoprendo il nulla che regna dietro i propri dirigenti e, soprattutto, il vuoto di opposizione e alternativa al naufragio di un sistema politico e economico. Prima l’autodistruzione craxiana del partito socialista, dissoltosi proprio quando stava per festeggiare il centenario della sua fondazione, quindi la progressiva dissoluzione del partito comunista e la sua mutazione in un partito dichiaratamente “non di sinistra”. Per decenni, tale vuoto è stato dissimulato dall’antiberlusconismo, ma adesso che il “nuovo” governo di larghe intese non lascia margini di speranza ai lavoratori e ai senza reddito, il cadavere della sinistra politica è davanti a tutti: dopo decenni di compromessi, responsabilità, concertazione, sacrifici, moderazione è arretrata – cedimento dopo cedimento – sino a non avere più spazi di manovra e rovinare in una desolante resa totale. Eppure, neanche in un frangente in cui sarebbe vitale trovare coraggio e energia per ridare forza all’iniziativa e alla voglia di effettivo cambiamento che pure esiste nella società, la principale preoccupazione governativa di una ex-sinistra datasi volontariamente in ostaggio alla destra è che non esplodano in forma conflittuale le contraddizioni sociali, né che venga messo in discussione il dominio del capitale, anche quando è ormai evidente che la logica del profitto sta condannando l’umanità alla miseria, alla distruzione dell’ambiente e allo stato di guerra permanente. Piuttosto che dare spazio alle lotte, ai movimenti di base e all’autorganizzazione dal basso, si accetta con rassegnazione lo stillicidio di suicidi per mancanza di lavoro, reddito, futuro mentre, alla faccia della retorica della crisi che colpisce tutti, continua a crescere il divario tra chi ha e chi non ha. La stessa preoccupazione per l’ordine pubblico percorre non casualmente la destra, come attestano le parole del ministro postfascista dell’interno Alfano, ma anche SEL che, per bocca del suo leader Vendola ha più volte condannato ogni “estremismo”, così come quel Movimento 5 Stelle che vuole accreditarsi come unica opposizione e alternativa “gandhiana” alla rivolta. Emblematica la recente dichiarazione di Grillo: «In Europa sono rimasti agli scontri di piazza mentre noi abbiamo fatto entrare la polizia nel movimento» (Corriere della Sera, 19 maggio 2013). Sarebbe questi quelli che dovevano “destabilizzare il sistema”?
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LA FESTA DELL’INSURREZIONE
Il ricordo del 25 aprile 1945 ormai, sia per la destra che in certa sinistra democratica, appare come storia morta e sepolta.
Storicamente parlando, il Venticinque Aprile sarebbe più corretto considerarlo e festeggiarlo come l’anniversario dell’insurrezione contro il nazifascismo, piuttosto che come quello di un’imprecisata Liberazione.
Infatti, quel giorno iniziò nel Nord Italia – ancora sotto l’occupazione militare germanica affiancata dai collaborazionisti della Repubblica di Salò – la sollevazione popolare e partigiana, ma in molte zone i combattimenti durarono ancora diversi giorni e furono effettivamente liberate una settimana dopo.
Inoltre, anche dopo la liberazione delle città e delle valli dalle truppe nazifasciste, la prospettiva di una liberazione non soltanto nazionale rimase incompiuta, così come restò aperta la questione politica ed economica con le sue immutate ingiustizie sociali.
Così, a distanza di tanti decenni, il 25 aprile si riduce ad occasione in cui disquisire di morti, dell’una e dell’altra parte, piuttosto che delle convinzioni che armarono i vivi e li videro contrapposti per ragioni etiche e idee di società assolutamente antitetiche.
All’interno di questa danza macabra, come al solito i vecchi nostalgici e i nuovi sostenitori del fascismo si dimostrano imbattibili nel tentativo di far apparire “tutti italiani” coloro che combatterono quella guerra civile, indistinte vittime dell’odio fratricida e delle ideologie. Ma dietro questa apparente equiparazione, evidenziano però che non solo entrambe le parti si macchiarono di delitti, ma come i “comunisti” e gli “anarchici” si dimostrarono in realtà come i più spietati assassini dei “fratelli” che avevano “solo” il torto di essersi schierati con le truppe di Hitler, in nome di un improbabile senso dell’onore.
Tale frenesia revisionista nel cercare prove della “barbarie rossa” è talvolta così morbosa da indurre in errori tragicomici: nel 2004 nei pressi di Argenta (Fe) una presunta fossa comune di poveri “ragazzi di Salò” massacrati dai partigiani, clamorosamente usata per criminalizzare la Resistenza e la sinistra, si rivelò il cimitero dimenticato di un antico convento; analogamente, è avvenuto a San Giovanni Persiceto (Bo), quando lo scorso settembre è stato risolto il caso di 34 scheletri trovati nel 1962, sotterrati in un campo. Al tempo era stata, faziosamente, accreditata l’ipotesi di un eccidio partigiano contro persone legate al fascismo, e il parroco del paese, monsignor Guido Franzoni, celebrò persino i funerali in forma solenne davanti a una bara vuota. Dopo mezzo secolo, i resti analizzati con il metodo del radiocarbonio hanno rivelato che le ossa risalgono all’Alto Medioevo. D’altra parte, l’intento di certe “denunce” non è mai finalizzato a ricostruire storicamente le vicende di una guerra civile, iniziata nel 1919 con il sorgere del fascismo e durata oltre un ventennio, che nella sua fase finale vide anche episodi di giustizia sommaria e vendetta per violenze impunite, ma soltanto a mettere sotto accusa chi scelse di ribellarsi, facendosi disertore e fuorilegge, alla dittatura e alla guerra di Mussolini e del Terzo Reich.
Una scelta, questa sì controcorrente e di coraggio, mentre la maggioranza obbediva senza credere oppure aspettava la fine del regime senza assumersi alcuna diretta responsabilità per cercare di affrettarne la caduta e mettere fuori gioco gli squadristi, gli aguzzini e i delatori al servizio dello stato fascista.
Per questo il mito dei morti “tutti uguali” non ha senso e mette, colpevolmente, sullo stesso piano i carnefici e gli spettatori dello sterminio dell’umanità – dai bombardamenti all’iprite sulle popolazioni libiche e etiopiche alle leggi razziali, dalle torture ai lager – a fianco di quanti vi si opposero e non esitarono a combattere in prima persona per vivere un presente e un futuro di libertà e dignità umana.
Da qui, l’attualità di difendere la memoria di quella scelta, rifiutando la storia monumentale come quella antiquaria dell’antifascismo, a favore di una storia critica.
Critica, in primo luogo, verso la sottomissione al potere.
Uno come un’altra
MARTINA GUERRINI – DONNE CONTRO: ribelli, sovversive, antifasciste nel Casellario Politico Centrale.
MARTINA GUERRINI
DONNE CONTRO
Ribelli, sovversive, antifasciste nel Casellario Politico Centrale
Zero in Condotta, Milano, 2013 – pag. 82 con foto – Euro 7
Dalle prime sovversive che contrastarono lo squadrismo, alle operaie ribelli al regime, passando dalle militanti della cospirazione clandestina sino alle partigiane che seppero impugnare anche le armi, il fascismo dovette fare i conti con donne che non accettarono di sottomettersi al ruolo sociale e all’ideologia sessista che le voleva soltanto prolifiche e ubbidienti “giovani italiane”.
A rovesciare tale subalternità, sostenuta dallo stesso Mussolini, fu una capacità di autodeterminazione che un ventennio non riuscì a vincere; dalle tante piccole storie di opposizione nascoste tra le “anonime” schedate del Casellario Politico, vengono infatti alla luce biografie di donne pronte a provocare la morale e la cultura dominanti.
Tale irrisolta contraddizione di genere emergerà anche all’interno delle formazioni partigiane e, successivamente, nella storiografia resistenziale che opererà una rimozione nei confronti delle combattenti e delle prospettive di radicale liberazione che perseguivano.
Per richiesta copie e contatto con l’autrice: zeroinc@tin.it
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UN LIBRO STRIDENTE: DONNE CONTRO
C’erano le armate, le donne armate, eccome c’erano! Ciascuna di noi sceglieva.
Lucia Boetto Testori, partigiana piemontese.
Secondo la storiografia ufficiale la Resistenza sarebbe nata l’8 settembre 1943 per concludersi il 25 aprile 1945, ma in realtà la guerra civile era iniziata nel 1919 e, non casualmente, la prima vittima fu Teresa Galli, giovane operaia socialista, uccisa a Milano il 15 aprile di quell’anno nella prima aggressione squadrista con Mussolini mandante.
Appare peraltro sempre più chiaro ed anche storicamente accertato che le Resistenze al fascismo sono state politicamente e socialmente molteplici, animate e attraversate da differenze di idee, di classe ed anche di genere.
Quest’ultima realtà, in particolare, dopo una lunga rimozione o minimizzazione, negli ultimi anni ha conosciuto sì un inedito interesse per il protagonismo femminile, ma quasi sempre condizionato da letture e interpretazioni storiografiche tendenti ad inquadrare e rendere compatibile questa esperienza – di forte rottura – dentro un quadro più rassicurante.
Così, in parallelo con lo stereotipo del guerriero maschio nella sua variante partigiana, si è voluto appiattire la lotta delle donne antifasciste nel ruolo di staffette e, comunque, di fiancheggiatrici della lotta armata in quanto “naturalmente” estranee alla pratica della violenza.
Eppure, sia nella storia italiana che nelle lotte proletarie, non era lontano un passato di donne che, sulle barricate o negli scioperi, erano state attrici di primo piano del conflitto e della rivolta contro l’autorità, “senza chiedere il permesso” degli uomini.
Così avvenne anche per tante donne guerrigliere, lungo le insidiose strade cittadine o alla macchia su aspri sentieri alpini, decise ad affermare, assieme alla loro opposizione al dominio e alla guerra fascista, pure la propria indipendenza nella vita e nella società, fuori dagli schemi del regime ma anche del patriarcato “di sinistra”.
Peraltro questa volontà si riscontra sin dal sorgere dello squadrismo e dell’ideologia mussoliniana, durante l’intero e tetro Ventennio, incrinato dal dissenso aperto o sommerso, clandestino o plateale, di tutte quelle donne – oltre cinquemila – che finirono schedate dalla polizia nel Casellario politico centrale.
Sovversive militanti o anonime popolane, vennero ritenute pericolose per l’ordine costituito, anche per il “cattivo esempio” che offrivano per le giovani che dovevano crescere nella vocazione all’obbedienza e al focolare domestico. Per questo, oltre all’essere inquisite come “nemiche interne” vennero puntualmente additate come donne di “pessima condotta morale” o di riprovevoli “facili costumi”.
Risulta quindi particolarmente interessante e tutt’altro che inattuale l’analisi dello sguardo sessista che “fotografava”, con stigma criminalizzante e perbenista, quelle donne che, più o meno consapevolmente, anche solo con il manifestare la propria libertà sabotavano il sistema oppressivo fascista.
Analisi che l’autrice, prendendo come campione significativo le donne di Venezia schedate da parte degli organi repressivi, mette bene in evidenza disarticolando il paradigma discriminante messo in atto dal funzionario di questura. Quello stesso tutore dell’ordine, sotto la cui uniforme o camicia nera traspariva la mentalità maschilista ma anche il moralismo cattolico e la difesa della tradizione familista, nonostante lui stesso fosse un abitudinario frequentatore dei bordelli che il regime proteggeva e incentivava a favore della maschia gioventù del littorio.
Non di meno, appare pertinente la riflessione critica attorno al “mito” della resistente non-violenta ma pure la messa in discussione della tesi che vuole il protagonismo delle partigiane quale ricaduta in positivo della propaganda patriottica e militaresca svolta dal fascismo, negando quindi la loro autonomia di pensare e scegliere di vivere “contro”, come passaggio necessario per una liberazione che certo non poteva essere solo quella nazionale o limitarsi alla conquista formale dei diritti democratici.
Per questo si tratta di un libro stridente, rispetto a molte interpretazioni che vanno per la maggiore anche nei contesti che si richiamano alla resistenza e all’antifascismo, ma anche nei confronti di alcuni settori femministi preoccupati più di interloquire con la politica istituzionale che di approfondire la rivolta.
Un libro necessario proprio per il suo stridere, in antitesi con le troppe accondiscendenze che certo non aiutano a ri-aprire prospettive da respirare come aria libera di montagna.
Archivio antifascista
GRILLO SOCCORRE LO STATO
I recenti risultati elettorali in Sicilia, oltre a evidenziare l’impressionante astensionismo (oltre il 52%) che in un certo senso rappresenta non solo il primo “partito” ma anche la maggioranza dell’elettorato, ha offerto la possibilità di smascherare l’effettivo ruolo giocato dal Movimento 5 stelle: il partito di Grillo ha, a tutti gli effetti, salvato il sistema dei partiti.
Se, infatti, quel 15% di votanti avesse scelto di esprimere al propria protesta contro la partitocrazia disertando le urne, invece che delegandola al candidato-grillino, l’impatto dello “sciopero del voto” sarebbe stato ancora più dirompente, sfiorando complessivamente il 70%.
Per questo all’indomani della disfatta dei partiti parlamentari e della stampa, l’atteggiamento è apparso trasversalmente alquanto bonario nei confronti di Grillo e soci, archiviando le accuse che nei mesi scorsi erano andate per la maggiore dall’antipolitica al populismo, dal qualunquismo allo squadrismo.
Nel momento in cui la separazione tra società e stato diventa così palese e pesante e “il voto di chi non vota” finisce per assumere una valenza di radicale rottura col sistema politico-economico e, di conseguenza, nei confronti dei partiti della crisi, dell’unità nazionale, del ceto politicante e governativo che questo esprime, anche l’esistenza di un sedicente “antipartito” come quello a 5 stelle diventa prezioso, perché come ha pure sottolineato Ilvo Diamanti (La Repubblica, 30 ottobre) “si tratta, comunque, di un’alternativa al non-voto”.
Anche se può apparire come l’ultima spiaggia per le illusioni di milioni di scontenti, delusi, incazzati, estremisti da bar e rivoluzionari a parole, votare per qualcuno che si candida con un partito “alternativo” a rappresentare, indirizzare ed utilizzare il dissenso popolare per ottenere nei posti di potere, dalle amministrazioni locali al governo nazionale, è pur sempre una dimostrazione di fiducia nella possibilità di riformare e non certo di sovvertire quell’apparato di dominio che si dice di avversare.
Per di più è ben noto come chi entra, criticamente, nelle istituzioni per trasformarle, in breve tempo finisce per essere trasformato, divenendo a sua volta parte integrante dell’apparato che diceva di voler cambiare o mettere sottosopra, tanto da introiettare il punto di vista e le compatibilità di chi comanda, governa, decide sulla testa di quei “sudditi” ai quali non viene mai riconosciuto il diritto né la capacità di autogovernarsi senza farsi Stato.
Verona: area68 aperta e autogestita

Aggiornamenti dal Peru’
La polizia questa settimana ha ucciso 5 persone durante le proteste contro la miniera Yanacocha nelle provincie di Celendin e Bambamarca nella regione di Cajamarca nel Nord del Perù.
Da un anno campesinas e campesinos insieme a cittadini di Cajamarca e dei dintorni lottano contro il progetto aurifero “Conga” della compagnia miniera Yanacocha di proprietà della Newmont Mining Corporation (Canada), Compañía de Minas Buenaventura (Perù) e della Corporazione Finanziaria Internazionale (IFC). Il progetto Conga prevede l’estrazione di oro da due laghi nella zona altoandina di Cajamarca e la distruzione di altri due laghi che verranno utilizzati come deposito di residui, questi 4 laghi costituiscono la sorgente dei pricipali fiumi della zona.
Da un mese a questa parte nella regione di Cajamarca era stato dichiarato un paro indefinido, un periodo di proteste e di veglia continua ai laghi per impedire l’inizio dei lavori della compagnia, lo stato ha sempre mostrato la sua sottomissione a Yanacocha e inviato in più occasioni polizia e militari per reprimere le proteste. Gli abitanti della regione e soprattutto delle provincie che verranno colpite direttamente dal progetto non si sono fatti intimidire e hanno continuato la loro lotta , a Celendín i primi di maggio un contingente della polizia nazionale è stato cacciato dalla città dai manifestanti. Il giorno 3 luglio la polizia è arrivata a Celendín con l’ordine di sparare ai manifestanti che tentavano di attaccare la municipalidad per dimettere l’alcalde che aveva dato il suo appoggio al progetto Conga e al presidente Ollanta Humala. La violenta repressione ha provocato la morte di tre persone José Silva Sánchez (35), Eleuterio García Díaz (40) e C.M.A di 17 anni, altre 30 sono rimaste ferite. Secondo la stampa nazionale che appoggia il governo e la violenza della polizia due poliziotti sono stati feriti con armi da fuoco usate dai manifestanti.
È stato dichiarato lo stato di emergenza per 30 giorni nelle provincie di Celendin Huangayoc e Cajamarca (sospensione dei diritti di libertà personale, riunione, circolazione, inviolabilità del domicilio e molti altri) questo garantisce la totale libertà alla polizia e la giustifica per ulteriori violenze. Nonostante ciò il 5 luglio le proteste sono continuate in tutta la regione e così anche la repressione, la polizia ha infatti ucciso altri manifestante a Bambamarca.
Secondo i comunicati radio che arrivano dalla regione gli abitanti di Cajamarca sono decisi a resistere e lottare per difendere la loro acqua e le loro terre.
Inivitiamo alla diffusione di informazioni e alla solidarietà con la popolazione di Cajamarca.
Eventi Maggio 2012
sabato 12 maggio 2012 ore 17,30 – Ateneo degli Imperfetti – Via Bottenigo 209 / Marghera VE
presentazione del libro
nestor machno:
bandiera nera sull’ucraina
guerriglia libertaria e rivoluzione contadina
(1917-1921)
di Alexander V. Shubin
elèuthera editrice
ne discutiamo con Mikhail Tsovma – curatore del libro
traduzione consecutiva di: Luca Galletti, Luca Pes
A quasi cento anni dagli eventi, grazie all’apertura degli archivi segreti dell’URSS, è ora possibile ricostruire nella sua complessità, la storia della Rivoluzione russa, al di là dei miti e dei racconti dei vincitori. Una attenzione particolare, anche per le dimensioni del fenomeno, è stata data all’anarchico ucraino Nestor Machno e al movimento, in larga parte contadino, che tra il 1917 e il 1921 coinvolse una vasta regione dell’Ucraina. Una grandiosa esperienza libertaria, sia nel senso dell’autogestione che della guerriglia partigiana, che combatté vittoriosamente contro l’esercito austrotedesco, nazionalista ucraino, zarista e che fu repressa nel sangue, dopo un’alleanza tattica, dall’Armata Rossa di Lenin e Trotsky. Data l’eccezionalità della presenza di Mikhail Tsovma, storico e militante dei diritti umani in Russia, durante il dibattito cercheremo di analizzare anche alcuni aspetti controversi della Russia.
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SABATO 12 MAGGIO
PISA – PIAZZA SANT’ANTONIO – ORE 15
A quarant’anni dalla morte di Franco Serantini l’assemblea degli Anarchici Toscani ha deciso di organizzare a Pisa, per il 12 maggio, una manifestazione nazionale anarchica.
Oggi più che mai è doveroso riprendersi le piazze e le strade della città con un corteo, forti anche delle ragioni e delle idee per cui Franco lottava.
Manifestazione nazionale anarchica a quarant’anni dalla morte di Franco Serantini
http://serantini12maggio.noblogs.org/
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sabato 12 maggio – ore 18.00
PRESSO IL PREFABBRIKATO
[VIA PIRANDELLO, 22] VILLANOVA PORDENONE
CONFERENZA DIBATTITO
PARANOIA E COPLOTTISMO
tra storia, politica e psicologia
Da un decennio la vena cospirazionistica, che da sempre serpeggia nell’opinione pubblica, è esplosa in un oceano di teorie del complotto. I media e il web pullulano di “dimo-strazioni inconfutabili” delle cospirazioni di cui saremmo vittime da parte di poteri occulti, della massoneria, della fi-nanza ebraica e , perfino, degli extraterrestri. La parte del leone la fanno i siti collegabili al mondo dell’estrema destra e del fondamentalismo cattolico ma ormai le teorie del com-plotto dilagano anche nella criminologia più accreditata per farsi breccia anche negli ambienti di certa sinistra.
NTERVERRA’
LUlGI CORVAGLIA
Psicologo, psicoterapeuta, studioso di manipolazione mentale e controllo sociale, affronta il tema da una prospettiva psicologica e sociologica, passando in rassegna le distorsioni cognitive di questa paranoia collettiva e mettendo in luce i rischi di dogmatismo anti-democratico in essa insiti.
INIZIATIVA LIBERTARIA
ilpn@autoproduzioni.net
www.info-action.net
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Martedì 29 maggio 2012
Il Centro di Documentazione Anarchico di Padova
presenta: “La Grande Abbuffata”
h.18:30 Proiezione “Fratelli di Tav” e “I peccati della Maddalena” regia di Manolo Luppichini
h 20:00 (Ab)buffet Vegan a sostegno delle attiviste e degli attivisti NO TAV colpiti da procedimenti giudiziari
h.21 Incontro con Ivan Cicconi presentazione de IL LIBRO NERO DELL’ALTA VELOCITA’
Presso la Baracca Autogestita
Via Marzolo 3/a (Zona Portello) Padova
http://baraccaoccupata.noblogs.org/
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15 maggio dalle ore 17,00 e 16 maggio ore 20,00
Il 15 maggio 1948 nasce lo Stato d’Israele e inizia la pulizia etnica della Palestina. Essa è il culmine del progetto sionista, che prevede di cacciare tutti i palestinesi dalle loro terre per rendere la Palestina storica territorio etnicamente puro per gli ebrei. Questo terrorismo continua ancora oggi ad essere praticato bombardando, colonizzando, imprigionando.
Nessuno Stato è la soluzione al problema ma la lotta degli sfruttati contro i padroni e gli oppressori.
Se vogliamo tagliare quel filo spinato che avvicina Israele con i Paesi neocolonialisti occidentali dobbiamo rispolverare gli strumenti della resistenza.
15 maggio dalle ore 17,00 presidio in piazzetta della Garzeria (Padova), banchetto e mostra sull’occupazione sionista.
16 maggio ore 20,00 buffet benefit per le spese legali di Marco, attivista ora libero dalle galere israeliane, collegamenti diretti con Gaza e Cisgiordania e discussione collettiva sulla situazione palestinese e sui prigionieri politici alla Baracca Occupata di via Marzolo 3 A
info: http://baraccaoccupata.noblogs.org/
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GIOVEDI’ 17 MAGGIO – VERONA
CINEMA ALL’AREA APERTA
(eventuale cadenza settimanale)
Cinema all’aperto in un’area fuori dalla vita mondana della Verona-da-bere e quindi fuori dalle logiche di consumo/profitto da bar o localetto, in cui giovani e meno giovani anestetizzati passano le loro serate in serie.
Per l’autogestione, l’auto-organizzazione e per una socialita’ libera dai tanti vincoli imposti che opprimono e troppo spesso limitano la possibilita’ di esprimersi totalmente e in modo autonomo.
proiezione di: ATTACK THE BLOCK (2012)
Chi difenderebbe Verona se arrivassero gli alieni??
Porta quello che vorresti trovare, cibo, bevande, birra, vino, ecc.
Lascia a casa la frustrazione.
Dalle ore 21:00
Area68 – zona Torricelle
Rispetto – No nazi – No pusher
www.autistici.org/liberaa
ATTERRIAMOLI!
GIORNATA DELLE LOTTE CONTADINE
ore 20,30 NELLA BARACCA AUTOGESTITA
VIA MARZOLO 3 A PADOVA
ASSEMBLEA PUBBLICA CONTRO GLI ESPROPRI
MARTEDI’ 17 APRILE GIORNATA DELLE LOTTE CONTADINE
Treni ad Alta Velocità che smembrano vallate, città commerciali che divorano il territorio e le comunità che lo vivono, beni essenziali da privatizzare ad ogni costo, impianti industriali che portano tumori in cambio di crescita nociva, terre demaniali svenduti a privati e pronte a nuove cementificazioni ma anche le lotte manifeste ed a volte invisibili, di massa o quotidiane che a tutto questo in vario modo resistono.
Cosa accomuna questi fenomeni? Dove trovare un interesse comune che ci faccia lottare insieme per essere più forti?
Ne discutiamo nella Baracca Occupata Martedì 17 Aprile, giornata internazionale delle lotte contadine. Giornata quest’anno dedicata al fenomeno del Land grabbing, una gigantesca corsa per l’accaparramento di milioni di ettari di terra sparsi per il globo, finora gestiti seguendo logiche comunitarie, ora oggetto di privatizzazioni ed espropri eseguiti da grandi aziende multinazionali. Fenomeno che sta stravolgendo gli stili di vita di intere comunità e gli equilibri naturali in cui sono inseriti, espropriandoli della loro ricchezza e condannandoli a migrare e perdere se stessi.
Perché? Perché riconosciamo in questi eventi apparentemente lontani le stesse logiche di problemi a noi vicini. Perché laddove va il denaro finiscono i nostri valori, le possibilità di gestire insieme una vita libera, rispettosa dell’ambiente che ci circonda e della storia che ci precede. Perché dove va la merce siamo ridotti a consumatori costretti a basare la propria esistenza sullo sfruttamento proprio e degli altri. Perché tutto questo decide della nostra vita: del cibo che mangiamo, dell’acqua che beviamo, dell’aria che respiriamo e dei luoghi in cui ci muoviamo. E di questo vogliamo decidere. Insieme.
- Per discutere e riflettere
- Per condividere le esperienze
- Per coordinare le lotte
- Per pianificare appuntamenti ed iniziative comuni
ASSEMBLEA PUBBLICA CONTRO GLI ESPROPRI
Saranno presenti diverse realtà di lotta, inoltre si farà un collegamento con una compagna in Honduras per aggiornamenti sulle lotte contadine
CHE LA TERRA TORNI A DARE CIBO E NON DENARO!
locandinapdf
7 MAGGIO 1972-2012 – SIAMO TUTTE SOVVERSIVE
Il 7 maggio prossimo ricorrerà il 40° anniversario della scomparsa di Franco Serantini:
«studente/lavoratore di origine sarda, anarchico, Franco è morto nel 1972 nel carcere Don Bosco di Pisa per le percosse ricevute dalla polizia mentre partecipava ad una manifestazione antifascista».
La vicenda di Franco Serantini ha segnato profondamente tutta la città di Pisa e la storia di tutto il paese. Negli anni molte manifestazioni e iniziative, intraprese a livello locale e non solo, hanno tenuto viva la memoria di Franco e con essa le sue idee.
Dopo la morte, gli amici e i compagni di Franco, insieme a gran parte della città, lo hanno voluto ricordare apponendo una targa sull’edificio ex collegio Pietro Thouar, dove aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita, e ponendo nell’attigua piazza un monumento di marmo. Da quel momento per tutte le persone legate a Franco, e per tanti pisani in generale, Piazza San Silvestro è diventata di fatto Piazza Serantini.
Sabato 5 maggio saremo in quella piazza ancora una volta, per raccontare la storia di un ragazzo ucciso due volte, prima dalla violenza e poi dall’ingiustizia delle istituzioni. Una storia che si mantiene tragicamente attuale anche alla luce di fatti che se pur diversi nelle modalità si mantengono simili nella sostanza.
Proprio perché non ci basta ricordare abbiamo deciso di dedicare la tavola rotonda che si terrà il 5 maggio “Omicidi di stato, abusi di potere e repressione in Italia: i casi Serantini, Giuliani e Mastrogiovanni”, alla repressione e alla violenza dello stato odierna in risposta alle manifestazioni di dissenso politico.
Per non dimenticare e per continuare a lottare per le proprie libere idee, sabato 5 maggio daremo voce alla storia di Franco e a molteplici storie di quotidiana repressione.
L’iniziativa comprenderà oltre alla tavola rotonda diverse attività , alcune delle quali si terranno nei giorni precedenti, il programma definitivo sarà reso disponibile a breve.




